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mercoledì 9 marzo 2011

MIA SUOCERA BEVE - Diego De Silva - Einaudi

Ci sono periodi in cui a uno non è che gli va di leggere, io non lo so come mai succede ma so che è così. Che uno non è che non legge, quello mai. Ma è incerto, incontentabile. Inquieto. Sicché prendi un libro e lo scarti dopo due pagine, ne prendi un altro e nemmeno lo apri perché non ti piace la copertina, e così via. Non è che penso di essere speciale perché mi capita una cosa del genere, ci mancherebbe. Penso succeda a tutti quelli che leggono assiduamente.
Sono sicuro che dopo una premessa del genere, miei giovani lettori, penserete ad una bella stroncatura di Mia Suocera Beve di De Silva. E invece nà. Questo libro mi è piaciuto. L'avvocato Vincenzo Malinconico sugli scudi ancora una volta, coinvolto suo malgrado in una sorta di processo ad un boss della camorra celebrato in diretta tv dal padre di una vittima. Una riflessione importante sul ruolo della tv, della giustizia e tutto il resto. Una riflessione importante farcita delle solite disavventure dell'avvocato, soprattutto in amore. Insomma, me lo sono letto alla grande. Olè oh oh.

venerdì 11 febbraio 2011

SANGUE DI YOGURT - Andrea G. Pinketts - Strade Blu Mondadori

Mi ero sempre dimenticato di leggere qualcosa di Pinketts. Non per cattiveria o perché avessi di meglio da fare, semplicemente me n'ero scordato. Anche perché poi lui, come personaggio, mi piace molto, è uno di quei tipi strambi che uno come me non può che ammirare, soprattutto per la spocchia, l'arroganza gentile. La "G" che sta per "Genio": dico, ma che si può volere di più? Non lo so, forse mi ero posto davanti alle opere di questo strambo scrittore con aspettative troppo alte. Perché poi, quando sono andato a leggermi "Sangue di Yogurt", ma anche "L'ultimo dei neuroni", ci sono rimasto un po' male. Insomma, non voglio dire che non mi siano piaciuti. Almeno, non è che mi abbiano fatto schifo. Oddio, un po' sì, via. Scrittura troppo autocompiaciuta, giocosa. Non nego che sia probabilmente una costruzione narrativa discreta, quello non posso farlo. Ma sono quelle storie che fatico a leggere, duro veramente fatica a leggere fino in fondo. Quelle storie che poi dimentico dopo venti minuti. Infatti, mi sono praticamente dimenticato di che parlano i due libri: come recensione ammetto non sia un granché. Ma tant'è.

giovedì 30 dicembre 2010

LA SPARIZIONE - Andrea Fazioli - Guanda

Natalia si ritrova incasinata e parecchio, visto che suo padre aveva scoperto traffici loschi intorno ad un club privé e alle ragazze straniere che lì lavorano. Contini, il protagonista ideato da Fazioli e giunto ormai alla sua quarta indagine, si è tirato fuori dalla sua attività di detective privato: adesso lavora come tirocinante in un quotidiano del Canton Ticino. Nonostante questo come da tradizione, si trova nel mezzo del casino con tutti i piedi ed aiuterà Natalia a ritrovare la memoria e la voce per acciuffare l'assassino. Io non lo so, non è che mi piaccia molto questo libro, così come non mi piace troppo il protagonista. C'è però un qualche elemento che ti spinge a leggere il libro fino in fondo, anche se questi libri di Fazioli sono un po' troppo lungotti. Magari è la copertina. Come ho già detto molte altre volte, a me le copertine ed il formato dei libri di Guanda mi fanno veramente impazzire, non resisto proprio, porca miseria.

IO E TE - Niccolo Ammaniti - Einaudi

Lorenzo è un ragazzino che si sente fuori dal cerchio dei fighetti della scuola, del quartiere, di tutto; sua madre è stressante, lo chiama sul cellulare mille volte all'ora, lo tratta come un neonato. Così, quando Lorenzo s'inventa di essere stato invitato alla settimana bianca della gnocca della scuola insieme ai ganzi della scuola, lo dice alla madre, così, per scherzo. Solo che la situazione gli sfugge presto di mano e si trova costretto ad inventarsi qualcosa pur di non deludere sua mamma (che quando sa la notizia si mette a piangere). Lorenzo compra tutto il comprabile per la settimana bianca, visto che sa sciare e pure bene. Si fa accompagnare al punto di ritrovo. Poi si nasconde nella cantina sottocasa, dove passa sette giorni, ma a un certo punto arriva Olivia, la sua sorellastra, drogata fracica che lui aiuta in un momento difficile da astinenza.
Lo stile di Ammaniti è sempre molto, molto piacevole: tuttavia, la storia... E' come se non decolasse, insomma, ci si aspetta sempre che succeda qualcosa e invece non succede nulla che non ci si aspetti, tranne nel finale con il classico "1o anni dopo". E poi il libro è troppo breve, un centinaio di pagine. Uhm. Spero solo che Ammaniti non si venda al cinema.
VOTO - 5/6: sembra la bozza di un romanzo, comunque piacevole.

venerdì 21 maggio 2010

PERCHÈ DOLLARI? - Marco Vichi - Guanda

Quattro racconti di Marco Vichi. Il primo, "Perché dollari?", che dà anche il titolo al libro, è una pseudoindagine del commissario Bordelli. Pseudo, perché non è una vera e propria indagine, ma un losco traffico in cui il commissario si ritrova coinvolto e che parla di spie e strani personaggi.
Ma la (per me) sorpresa è arrivata dagli altri tre racconti.
Il primo è "Reparto Macelleria". Uno stupendo racconto che parla di fascisti e partigiani, di un libraio che ha qualcosa di fatato, di un macellaio di uomini, di un nano, di uno che sta dietro a tutto l'ambaradan. Il secondo s'intitola "Il portafogli" ed ha un vago retrogusto alla Buzzati, quel fatalismo, quella normalità elevata a miseria e vetta: l'anonimo ragioniere, specchiato e metodico, che finisce in galera per un equivoco ma che scoprirà un mondo diverso da quello della Premiata ditta in cui ha speso tutta la vita. Il terzo racconto, "Tradimento", è un noir versiliano, la storia di un infiltrato che si troverà di fronte ad una scelta dura da compiere. Complimenti a Marco per questi racconti, soprattutto per l'atmosfera tutta particolare, polverosa, penombrosa, vagamente magica e infine terribile di "Reparto Macelleria". Come sempre, grande Marco.
 

mercoledì 24 marzo 2010

CITTÁ IN NERO - Autori vari (a cura di Marco Vichi) - Tea

Nove racconti noir, nove storie che parlano di persone, anzi no, di città, anzi no, di persone che vivono nelle città e di città che si riflettono nelle persone e nelle loro storie, a volte piccole, a volte gigantesche, a volte tristi, a volte incomprensibili, a volte semplicemente reali. Nove tra i più bravi scrittori di genere si cimentano in questa antologia assolutamente strepitosa, nove città si alternano come sfondi e come protagoniste assolute, ognuna con i propri codici di violenza, ognuna con un proprio linguaggio. E allora, più che gli ammazzati e gli ammazzatori restano in mente i bambini in strada di Palermo, le case signorili, quasi infestate, di Firenze. E così via, in un mosaico fatto di storie. Perché sono le storie che affollano il mondo, sono le storie che riempiono le nostre città, le nostre vite.

lunedì 22 marzo 2010

L'ISTINTO DEL LUPO - Massimo Lugli - Newton&Compton

Come Lapo è diventato il Lupo. Una storia così improbabile da essere verosimile. Dal lusso ovattato di una famiglia come tante, dove Pa' e Ma' si scannano da mattina a sera, dove il "signorino" viene picchiato da mattina a sera dai bulli di scuola e non ha amici, si arriva alla strada, al vivere per sopravvivere, dove l'uomo diventa animale infido, traditore ma anche fedele, sanguinario, violento, amorevole. Lugli, con la solita, ottima capacità di coinvolgere attraverso la scrittura scarna e ritmata, ci spiega come il Lupo della sua prima opera è diventato ciò che è. Un animale di strada. Ci spiega chi è Tamoa, il suo maestro, un po' santone un po' alcolizzato. Ci spiega la poesia della prima volta: la prima volta di una coltellata, la prima volta di una rissa, di uno schiaffo. La prima volta del sesso con un'inattesa, bellissima prostituta. Un battesimo, una cerimonia di iniziazione verso l'orlo dell'abisso in cui precipitare per scoprire che forse dentro l'abisso si vive meglio. Senza obblighi, senza vergogne, senza canoni se non quelli della salvazione di se stessi. Vi è anche un accenno al "Carezzevole", che diverrà il coprotagonista del terzo lavoro di Lugli. Mi è sempre piaciuta la concatenazione tra le opere. Ricordo, per esempio, due libri di Stephen King in cui si descrive lo stesso evento visto da due persone diverse, che a un certo punto di vicende separate e del tutto indipendente l'una dall'altra, si vedono attraverso un pozzo durante un'eclisse. L'ho trovato geniale. Ma King è King. E Lugli è Lugli. E direi che, di questa piccola ma innegabile verità, il cronista di nera non può certo rammaricarsi.

lunedì 15 marzo 2010

LA LEGGE DI LUPO SOLITARIO - Massimo Lugli - Newton & Compton

Confesso, ok. Va bene. Confesso. Sono uno di quelli un po' dementi che quando per caso leggono un libro che gli piace, è facile che prendano e si comprino tutta l'intera produzione di quello scrittore lì. L'ho fatto in modo del tutto sconsiderato più volte nella vita. A volte è andata abbastanza bene, come nel caso di Chuck Palahniuk. Altre un po' meno.
Un paio di post fa potete trovare la recensione de "Il Carezzevole" di Massimo Lugli. Subito, sono corso a prendermi gli altri due lavori letterari del cronista di nera. Tempo dieci ore e mi sono scolato "La Legge di Lupo Solitario". Il che mi conferma che Lugli mi piace assai. Ho letto i due libri in meno di due giorni. Cosa mai successa prima.
Lupo è un barbone fattone asociale che gira per Roma con un coltello in tasca quando va bene, con un chiodo arrugginito quando va un po' meno bene. La sopravvivenza sulla strada è un casino. L'unico culo a cui si tiene è il proprio, non c'è spazio per la moralità, non c'è spazio per la condivisione, o per qualche sentimento. Lupo vive in mezzo a reietti e, pur essendo un reietto lui stesso, rivendica una sorta di coscienza di classe degli ultimi, un modo senza regole o, forse, con più regole di tutti gli altri. Regole in qualche modo condivise, rispettate. Imposte. Un mondo decadente, a pezzi, che si scontra con quello di chi vive nel lusso, con un lavoro, con una villa, con l'oro e i gioielli. I signori, i dottori, le signore... Oltre la facciata, oltre la sovrastruttura, quello siamo e quello rimaniamo: esseri viventi in lotta per la sopravvivenza. E spesso, quelli che indossano le maschere quotidiane del benessere hanno bisogno dei reietti. Forse perché tutti veniamo da lì. Forse, perché semplicemente c'è chi vince, c'è chi perde.

L'ULTIMO INDIZIO - Piernicola Silvis - Fazi Editore

Ho letto "L'ultimo indizio" di Piernicola Silvis per un consiglio più che autorevole. L'ultimo indizio è quello che ha portato, qualche anno fa, alla cattura dell'allora numero 2 di Cosa nostra, Piddu Madonia; a scrivere, qualcuno che di quella storia ne sa qualcosa... Piernicola Silvis, che in quegli anni era a capo della Mobile di Vicenza, dove il padrino fu preso subito dopo le stragi di Falcone e Borsellino, dando così il via alla "riscossa" dello Stato. Una riscossa che adesso, a 18 anni di distanza, sappiamo essersi fermata sul più bello. Tanto per cambiare.
La struttura narrativa del libro è comunque resa interessante perché dal suo sviluppo su un doppio binario: il primo, quello delle indagini e della pianificazione dell'azione, che è un vero e proprio resoconto dettagliato con nomi e cognomi. Un secondo piano, puramente narrativo, in cui l'autore lascia andare la fantasia narrando delle vicende (parecchio angoscianti) di una verosimile vita privata. Molto, molto interessante, una soluzione di questo tipo. E non solo: anche la parte in cui si parla dell'inchiesta si differenzia da gran parte dei libri del genere, sia per costruzione che per linguaggio. Di solito pare di leggere un rapporto dei Carabinieri. Nel libro di Silvis, invece, no. E già questa è una lieta nota. Sì, ok: la parte personale fa venire una tristezza cosmica che fa passare la voglia di metter su famiglia e mette a dura prova la voglia di vivere. Ma non si può mica avere tutto dalla vita. Soprattutto da uno che piglia i boss mafiosi.

lunedì 8 marzo 2010

ERODE E LA PSICOPATIA DELL'ALLENAMENTO - Anna Marani/Elena Torre - Romano Editore

Cosa si chiede a un libro tra il giallo e il noir per essere un buon libro tra il giallo e il noir?
Be', ovviamente un buon intreccio, dei buoni personaggi, una scrittura quantomeno piacevole. Questo libro, scritto a quattro mani da Anna Marani ed Elena Torre, non solo adempie alla perfezione a questi requisiti minimi: li raddoppia!
Il romanzo, infatti, si basa sulle vicende di due "mastini": il commissario Biagini da una parte e l'appuntato Cortese dall'altra. Il primo esponente della Polizia, il secondo dei Carabinieri. Entrambi, vivono e lavorano nei dintorni di Viareggio. Le due autoresse (parola sbagliata ma che mi piace un monte) raccontano le vicende dei due: vicende che talvolta si intrecciano, si sfiorano appena. I due, però, non si incontrano mai. Il gioco narrativo che ne esce è perfettamente riuscito, così come i personaggi "di supporto"; i fatti su cui i due si trovano ad indagare, in modo diverso ma efficace, sono raccontati in modo stilisticamente accattivante e con un linguaggio facile, ottimo.
Insomma: se non si è capito, ancora, questo libro mi è piaciuto davvero molto. In alcuni punti vi sono accenti horror, in altri umoristici... Molto, molto brave alle due autoresse!

martedì 2 marzo 2010

IL CAREZZEVOLE - Massimo Lugli - Newton & Compton

Inizio con una confessione: ho sempre invidiato, e anche un po' odiato, le persone che comprano un libro e il giorno dopo dicono "Che bello, l'ho finito in una nottata" e via dicendo. Personalmente, non sono mai riuscito a leggere un libro in tempi stretti. Ho sempre pensato che ogni libro abbia bisogno dei suoi tempi; che chi legge un libro in meno di una settimana è come uno che si trova davanti una bistecca alla fiorentina e la mangia in cinque minuti. Però, forse, era solo una giustificazione per il mio senso di inferiorità in materia. Oppure no. Forse, Il Carezzevole di Massimo Lugli è per me la prima volta. La prima volta che leggo un libro in un paio di giorni. Che sono sempre più di una nottata. Però mi accontento. In effetti, la storia affascina. Siamo negli anni '70, a Roma: un ragazzo di 23 anni entra come volontario in un quotidiano, cronista di nera. Il Carezzevole è uno sciroccatone che ammazza un sacco di gente e che ovviamente si metterà in contatto col giornalista Marco Corvino fino all'inevitabile scontro finale.
Per ciò che mi riguarda, e che non credo riguardi solo me, la parte trainante del libro è il racconto dell'esperienza in redazione, una redazione "vecchia maniera", il noviziato per un lavoro che non funziona più in quel modo e in cui i personaggi non sono probabilmente più gli stessi. L'ambiente e il giornale fanno senz'altro pensare a Paese Sera, dove Lugli ha mosso i primi passi. Tuttavia, la testata non viene mai nominata direttamente anche se il racconto ha una chiara impronta autobiografica (serial killer a parte). Anche la scrittura è molto, molto buona. Quindi: ottimo libro. Complimenti.

martedì 9 febbraio 2010

MORTE A FIRENZE - Marco Vichi - Guanda

Lo ammetto: i personaggi "seriali" della letteratura mi sono sempre un po' rimasti sui coglioni. Lo so che dovrebbero fare l'effetto contrario. Che uno di dovrebbe affezionare e tutto il resto. Ma non c'è nulla da fare, è più forte di me. Ma la cosa non rappresenta un problema irrisolvibile: basta leggere un libro solo e hai già fatto.
Il commissario Bordelli è il protagonista di una trilogia, mi pare di aver capito. Solo che l'ho capito dopo aver letto Morte a Firenze, un'indagine, forse l'ultima indagine, del commissario fiorentino creato da Marco Vichi.
Il libro funziona. Sì, funziona. Si intrecciano un delitto odioso come solo quello ai danni di un bimbo può essere, un "covo" di fascisti, le dinamiche amorose del burbero sbirro. Ma ciò che più di tutto emerge, dalle pagine del libro, è Firenze. Anzi no: è la Firenze alluvionata. Ed è proprio questo che rende il romanzo di Vichi molto, molto particolare.
Non mi piacciono alcuni passaggi "interiori", che ho trovato anche in altri personaggi dello scrittore fiorentino; mi sembrano, ogni tanto, un po' ripetitivi. Ma si deve ammettere che quando prendi in mano un libro di Vichi, difficilmente lo riponi sullo scaffale senza essere arrivato all'ultima pagina.

martedì 12 gennaio 2010

I QUATTORDICI MESI - Enzo Biagi (a cura di Loris Mazzetti) - Rizzoli

L’ho già scritto a proposito di altri libri e lo ripeto: la Resistenza, la storia e le storie dei Partigiani per me sono una specie di dimensione onirica. Qualsiasi cosa riguardi i Partigiani per me è irresistibile. Lo so che un giornalista non dovrebbe dire certe cose. Soprattutto, un buon giornalista non dovrebbe ragionare per categorie. Ancora di più di fronte a temi come questi. Ma a me, di queste cose, non me ne frega davvero un cazzo.
Se poi si unisce a questo il fatto che “I quattordici mesi” (Rizzoli) è il libro in cui Loris Mazzetti rimette a posto racconti, brani, ricordi, scritti sull’esperienza partigiana di Enzo Biagi nella brigata Giustizia e Libertà, direi che qualsiasi altro tipo di parola sul libro diventa quasi superflua. Non si può commentare. Che, si commenta la Bibbia?

VOTO: FUORI CLASSIFICA

DOLCI COLLINE DI SANGUE - Mario Spezi - Bur

Trovo Mario Spezi uno dei giornalisti più antipatici che esistano. Lo reputo spocchioso, arrogante, saccente. Uno di quelli che, solo a guardarli, si vede che pensa di sapere tutto solo lui.
Per questo mi piace molto Mario Spezi.
Certo, la mia è anche e soprattutto invidia: legare il proprio nome a quello di uno dei casi più incredibili della storia italiana, il Mostro di Firenze, e legarlo inizialmente in modo quasi casuale, non è certo roba da poco. Insomma: sostituire un collega al giornale per coprire un omicidio che poi diventa il primo della catena… Come definire questa faccenda se non con un giro di parole come: che botta di culo.
Certo, Spezi poi ha pagato anche delle conseguenze, e pure pesanti, molto pesanti. Non so se il gioco sia valso la candela. Secondo me, ma è la mia opinione, sì. Perché in fondo, Spezi non è più un cronista che racconta la storia del Mostro; in qualche modo, ormai, è dentro la storia. Ne fa parte.
A dimostrarlo, il libro “Dolci colline di sangue” (Bur), certo non una nuova uscita, ma una lettura sempre piacevole anche se in seguito sono successo tante altre cose. Ma questa, come si dice, è un’altra storia. Anzi, quasi cronaca.
Con uno stile asciutto e sempre accattivante, di chi sa come si usano le parole e i concetti, Mario Spezi ricostruisce le vicende che scossero Firenze e provincia per tanti anni. Riferimenti a indagini, retroscena, dettagli, articoli di giornale. Insomma, tutto quello che serve per un racconto preciso, ma anche critico, del lavoro degli inquirenti, che Spezi mette in discussione mettendo sul tavolo le proprie argomentazioni, deduzioni, prove e controprove.
Pacciani? Un innocente, un capro espiatorio. Era la “pista sarda” quella buona, per Spezi: è lì che si doveva insistere, è lì che si doveva battere ancora. Almeno secondo Spezi, e, a dire la verità, non solo secondo lui.
Come tutti i libri sul Mostro di Firenze, e questa è una cosa che lascia un po’ di amaro in bocca, ci si perde un po’ alla fine. Di tutti quelli che si sono cimentati nella vicenda, di tutti quelli che affermano di sapere la verità, MAI, MAI uno che si prendesse la briga di fare nome e cognome.
Ecco: questo è ciò che smonta un po’ tutto il libro, per non dire tutti i libri, che affrontano questi argomenti. Perché sembra proprio che perda valore tutto il costrutto; che si sia voluto dimostrare un fatto senza dire il fatto; che si imbastisca un duello finale senza sapere chi vince e chi perde.
Se la verità non esiste, tutti ne possono attingere.
Eppure, da qualche parte, la verità esiste, esiste sempre.

VOTO: tra il 3 e il 9. E ho detto tutto

NERO DI LUNA - Marco Vichi - Guanda

Non conoscevo Marco Vichi, e sono sempre stato piuttosto restio rispetto agli scrittori “localisti”, che si possono identificare con una città, un paese, un territorio. Questione di gusti, ci mancherebbe: solo per fare un esempio, Montalbano, a me, non piace.
Poi ho comprato “Nero di Luna”. Credo che a colui che ha creato la nuova linea grafica delle copertine dei romanzi Guanda dovrebbero fare un monumento in oro massiccio, e spero vivamente che prenda un sacco di soldi perché davvero il suo lavoro lo sa fare. Molto, molto bene.
Insomma: ho comprato Nero di Luna e me lo sono letto. La storia non è certo uno di quei capolavori che ti tengono col fiato sospeso, ma si fa leggere piacevolmente. Ok, lo scrittore che si ritira nella casa di campagna in cerca di ispirazione, il paese, fatti strani, forse un lupo mannaro, un paio di segreti qua e là e, ovviamente, una bella donna, forse sono ingredienti un po’ inflazionati. Tutto ciò però non può certo far dire che il tempo passato a leggere questo romanzo sia tempo sprecato. Anzi.
Anche la scrittura… Be’, non sono riuscito a capire da subito se mi piacesse o meno il modo di scrivere di Vichi, di cui non avevo mai letto niente. In alcune parti l’ho trovato un po’ annacquato. Ma nell’insieme, direi che è un libro che può tranquillamente piacere. Anche perché fornisce, finalmente, un’immagine del Chianti ben diversa da quella stereotipata del cipressino sul cocuzzoletto con la casina e il filo di fumo dal camino.

VOTO: 6,5 ma più verso il 7 che verso il 6

giovedì 15 ottobre 2009

DIECI COSE CHE HO FATTO (...) - Gianluca Morozzi - Fernandel Editore

Niente da fare. Avevo sperato di trovare un mio nuovo autore cult dopo Despero e L'Era del Porco. Invece gli altri lavori di Morozzi sono modesti. Certo, qualche vetta la si può trovare anche in "Dieci cose che ho fatto ma che non posso credere di aver fatto però le ho fatte" (Fernandel Editore). Però bisogna cercarle bene e non è detto che si capiscano subito.

Il libro si dipana intorno al "solito" giovane bolognese con i "soliti" riferimenti musicali e i "soliti" amici che fa dieci cose secondo lui incredibili. Secondo lui, talmente incredibili da dedicar loro addirittura un libro. Scopare con una ubriaca in spiaggia, potenzialmente visto da altre persone; fare una trasferta per seguire il Bologna fino a Taranto e vedere la partita da una collina. Robe così. Insomma: niente da fare. Per rivalutare questo libro si dovrebbe rivedere il concetto di "incredibile". Oppure, il concetto di libro.


VOTO: 4 - Niente da fare

venerdì 9 ottobre 2009

ANGELICA E LEO, IL MOSCERO E IL NERO, ARMUA' E... CERBERO - Enio Sardelli "Fuoco" - Edizioni Cultura e Resistenza Anpi Oltrarno (Firenze)

Un racconto lungo? Un romanzo breve? Un memoriale? Una storia di fantasia? Niente di tutto ciò e un po' di tutto ciò. "Angelica e Leo, il Moscero e il Nero, Armuà e... Cerbero" è un pezzo di vita. Di vita partigiana raccontata da un partigiano.
Ammetto di non poter essere oggettivo nella recensione. Enio Sardelli, il partigiano "Foco", è una persona a cui mi sento legato.
Lo chiamai per un'intervista, nel marzo scorso. Siamo stati tre giorni al telefono. Mi raccontò tanti di quegli episodi da scriverne non un articolo, ma un libro. Una serie di libri, forse.
Il pezzo che uscì fu (a detta di chi lo lesse, non mia) strepitoso. Il merito non era certo mio. Enio mi aveva così colpito, profondamente scosso, che gli promisi di portargli personalmente il giornale e leggergli il pezzo. Il partigiano Fuoco era cieco.
A pochi giorni dall'uscita, Enio mi chiamò. Per ringraziarmi. Farmi i complimenti. Come se l'articolo parlasse di me. Ancora una volta, rimasi scosso. Ci accordammo: la settimana successiva sarei andato da lui, in Santo Spirito, per fare una passeggiata. Parlare. Per me, un privilegio immenso. Per lui, forse, ancora un pezzetto di battaglia. Come più di cinquanta anni fa.
A poche sere dall'appuntamento, squilla il telefonino. Enio è morto.
Ecco perché non potrei mai essere obiettivo su questo libro, uscito a poco più di un anno dalla scomparsa di Enio, e curato dal validissimo figlio, Alessandro.
Non potrei mai essere obiettivo. E non vorrei nemmeno esserlo. Certe volte, è necessario scegliere da che parte stare. A volte, essere partigiani è un'esigenza.

VOTO: 10 e molte lodi